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Gli pseudotrofei della guerra delle Baleari nel Duomo di Pisa. Per la discussione sulle relazioni conflittuali o pacifiche fra Islam e Occidente

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Autore:
Tigler Guido
Estratto Rivista

Rivista Storica Italiana 1/2021

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0035-7073
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49,99 €

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Gli pseudotrofei della guerra delle Baleari nel Duomo di Pisa. Per la discussione sulle relazioni conflittuali o pacifiche fra Islam e Occidente

La tradizione due-trecentesca che riconduce al saccheggio di Palma di Maiorca da parte dei Pisani nel 1115 una perduta porta di metallo o di legno e una colonnina di porfido, parzialmente conservata, nel Duomo di Pisa e la coppia di grandi colonne di porfido ai lati della Porta del Paradiso del Battistero di Firenze, già relegata nel regno delle leggende dalla storiografia, è stata riabilitata nel 2017 da Anna Rosa Calderoni Masetti, in una monografia in cui viene inoltre sostenuta la tesi della medesima provenienza per opere mobili d’arte ‘islamica’ - ma in realtà d’arte araba profana - conservate nel Museo dell’Opera del Duomo di Pisa e nel Tesoro della chiesa di San Frediano a Lucca, di cui solo due (il capitello marmoreo del tardo X secolo firmato dallo scultore andaluso al-Fath e il grifone bronzeo databile fra tardo XI e inizio del XII secolo, realizzato probabilmente a Cordova) possono davvero essere attribuite alla Spagna e datate a prima del 1115. Inoltre la studiosa sostiene la provenienza da Palma e la datazione al 1094 (anno di morte dell’emiro delle Baleari al-Murtada, il cui epitaffio fu recato dai Pisani vittoriosi nella chiesa di San Sisto, dove si riunivano i consigli comunali) di un terzetto di plutei marmorei stilisticamente arabi, che un tempo facevano parte della recinzione presbiteriale del Duomo di Pisa, e sono perciò databili all’inizio degli anni sessanta del XII secolo. Per di più le lastre sono connesse sul piano stilistico alla scultura architettonica, pure in forme arabe, del piano terreno della facciata firmata da maestro Rainaldo, databile agli anni cinquanta del XII secolo. Tanto le sculture arabe del piano terreno quanto i tre plutei possono essere attribuiti ad artisti arabi, o comunque di cultura figurativa araba, attivi a Pisa, che potrebbero essere stati responsabili anche della perduta porta lignea che si trovava nel portale sinistro della facciata. Il saggio propone dettagliate argomentazioni contro le tesi della Calderoni Masetti, suggerendo che gli oggetti mobili di produzione andalusa possano più plausibilmente essere arrivati a Pisa tramite il commercio, come è generalmente ammesso per i bacini di maiolica e le stoffe. L’idea della provenienza da Maiorca di colonne di porfido e di una perduta porta di auricalco ageminato deve essere frutto di un equivoco, visto che gli esistenti fusti di porfido sono pezzi tardo-antichi probabilmente provenienti da Roma o Costantinopoli, mentre la porta, già nel portale destro della facciata, di cui nel XVI secolo si pensava che fosse venuta da Gerusalemme, era con ogni probabilità bizantina.

The tradition dating back to the thirteenth and fourteenth centuries which connects to the sack of Palma de Mallorca by the Pisans in 1115 a lost metal or wooden door and a little, partially surviving, porphyry column at Pisa cathedral and a couple of large porphyry columns flanking the Gates of Paradise of the Baptistery of Florence, already confined to the realm of legends by historians, has been rehabilitated in 2017 by Anna Rosa Calderoni Masetti. In her monograph, Calderoni Masetti proposes a Majorcan provenance for a series of portable works of ‘Islamic’ art – although they are actually profane Arabic objects – preserved today at the Museo dell’Opera del Duomo at Pisa and in the church of San Frediano at Lucca, of which only two (the late tenth-century marble capital signed by the Andalusian sculptor al-Fath and the bronze griffin datable between the late 11th and the early 12th century and probably coming from Cordoba) may actually be attributed to Spain and dated before 1115. Moreover, the scholar posits a provenance from Palma and a dating to 1094 (the year of death of the Balearic Emir al-Murtadā, whose epitaph was carried by the victorious Pisans to the church of San Sisto, where the Communal councils used to meet) for a group of three marble choir slabs in Arabic style, which once belonged to the choir screen of the Pisan cathedral and are therefore datable to the beginning of the sixties of the 12th century. In addition, the slabs are stylistically connected to the architectural sculpture, also in Arabic forms, in the ground floor of the façade signed by master Rainaldus and dating back to the fifties of the 12th century. Both the Arabic sculptures of the façade and the choir slabs can be attributed to Arab artists working in Pisa, who might also have been responsible for the lost wooden door once in the left portal of the façade. This essay offers detailed arguments against Calderoni Masetti’s theses, by suggesting that the portable profane objects of Andalusian provenance could more probably have arrived to Pisa through trade, as it is commonly believed for maiolica basins and tissues. The idea of a provenance from Mallorca of porphyry columns and of a lost aurichalcus door must be the result of a misunderstanding, since the existing late-antique shafts are probably spolia from Rome or Constantinople while the door, once on the right portal of the façade, which in the 16th century was believed to come from Jerusalem, was probably Byzantine.

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