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L’Impero romano non costituì mai uno stato territoriale nel significato moderno di questo termine. I giuristi, infatti, non riuscirono a trascendere le istituzioni della civitas. Le fictiones iuris, nascoste dietro le espressioni Roma communis patria e «dov’è l’imperatore lì è Roma», permisero loro di perpetuare per diversi secoli, in settori fondamentali del diritto pubblico, la finzione politica della civitas. Nessuno può contestare i successi della romanizzazione. Ma da questo Impero, costituito da città governate dalle loro aristocrazie, le masse rurali furono duramente sfruttate. Tutto ciò spiega perché, nel primo secolo d.C., gli Egiziani, a differenza della stragrande maggioranza dei peregrini che abitavano le altre province, furono ammessi alla cittadinanza alessandrina o romana solo eccezionalmente. La constitutio Antoniniana non escluse le masse rurali dal beneficio della cittadinanza, ma la clausola di salvaguardia del Papyrus Giessen 40 col. I (linee 8 e 9) confermò tutti gli obblighi che esistevano per le civitates e per le altre comunità del mondo romano (che a loro volta erano obbligati a fornire determinati servizi all’amministrazione provinciale), riconoscendo l’addeitíkia – cioè quei regolamenti supplementari, a volte favorevoli (nel caso dell’immunità concessa a certe categorie di veterani), a volte sfavorevoli. Una clausola di salvaguardia concepita in questo modo spiega perché, dopo il 212, il tributum capitis (laographía). era ancora imposto a coloro che un tempo erano Egiziani.

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