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La teorizzazione della «società del rischio» si fonda sulla diretta correlazione tra un sistema industriale incentrato sulla ricerca scientifica applicata e la produzione di rischi per la salute umana e per l’ambiente; rischi assunti involontariamente dai cittadini in contrapposizione con l’assunzione volontaria del rischio d’impresa. La scienza tende a perdere la sua autonomia, confondendosi con la tecnica, e al contempo fallisce nel fornire certezze sul modo di affrontare e neutralizzare i rischi da essa stessa (più o meno direttamente) generati. Si tratta di rischi che, non a caso, la dottrina giuridica ha definito «da ignoto tecnologico» (o «da incertezza scientifica»). Nell’odierno contesto della «società del rischio» emerge l’esigenza di associare all’analisi del ruolo del governo del territorio nella prevenzione e gestione delle emergenze legate a fenomeni naturali (ad esempio, rischi sismici o vulcanici), una riflessione sulle dinamiche relazionali tra pianificazione territoriale e «nuovi» rischi provenienti dal sistema di mercato. Il saggio analizza il ruolo che la pianificazione territoriale assume nella gestione dei rischi da incertezza scientifica. Ciò in una prospettiva meto dologica che, rifuggendo da banali atteggiamenti di neo-oscurantismo scientifico, prenda le mosse dal carattere «procedurale» del principio di precauzione e dall’inscindibile rapporto fra territorio «bene comune» e libertà «sostenibili.